Storia contemporanea

Le due guerre mondiali
La Norvegia scelse e riuscì a mantenere una posizione di neutralità durante la Prima Guerra Mondiale, nonostante le difficoltà nel salvaguardare i propri confini. I sottomarini tedeschi infatti affondarono metà della flotta mercantile norvegese, che aveva garantito in diverse occasioni l’indispensabile trasporto di mezzi alle truppe inglesi e americane, e portarono alla nascita di un sentimento ostile nei confronti della Germania. Alla fine della guerra la Norvegia ottenne la sovranità sulle isole Svalbard, sulle isole artiche dell’Orso e di Jan Mayen e su quelle antartiche di Pietro I e Bouvet.
Il Paese non fu risparmiato dalla crisi degli anni Trenta, che fece conoscere anche in Norvegia il dramma della disoccupazione di massa. In campo politico, la crisi portò alla formazione di una coalizione tra laburisti e socialdemocratici che si sarebbe poi resa protagonista di importanti riforme in campo sociale ed economico: il riconoscimento del diritto alle ferie pagate, alla pensione, l’introduzione di forme assistenziali a favore dei disoccupati.
Durante il secondo conflitto mondiale la posizione di neutralità assunta nel 1939 venne abbandonata nel momento in cui la Germania invase la Norvegia in vista di uno sbarco in Inghilterra, cosa che avvenne già nel 1940. Il re fu costretto a trovare riparo a Londra, con i membri del governo e i deputati del parlamento, dopo che i Tedeschi avevano occupato la città di Narvik, dove veniva imbarcato il ferro che gli Svedesi vendevano agli Inglesi. Il Paese fu temporaneamente governato da un commissario tedesco con l’appoggio di un militare norvegese, Vidkun Quisling, che aveva dimostrato simpatie nei confronti del nazismo. Il legittimo governo nazionale riuscì a insediarsi di nuovo a Oslo solo alla fine del conflitto, nel 1945, e quando il ministro degli esteri Trygve Lie fu nominato Segretario Generale delle Nazioni Unite, la Norvegia assunse un ruolo di primo piano nel processo di pace mondiale. Quattro anni dopo, quando divenne chiaro il fallimento della proposta di costituire una difesa comune tra i Paesi scandinavi, la Norvegia aderì alla Nato.
 

Il no all’Europa
La volontà di ricostruire le città bombardate e di dare finalmente corpo all’idea di una Norvegia indipendente, autonoma e prospera consentì nell’immediato dopoguerra di utilizzare in modo efficiente e ben calibrato gli aiuti previsti dal piano Marshall: furono realizzati investimenti pubblici per la costruzione di nuove infrastrutture, soprattutto al Nord, dove le risorse del territorio erano rimaste inutilizzate, e fu riammodernato il sistema produttivo.
Gli anni Sessanta furono caratterizzati, ancor più che nel resto d’Europa, da una crescita economica sostenuta: la Norvegia raggiunse infatti in soli tre anni lo stesso Prodotto Nazionale Lordo registrato prima della guerra. Nel 1969, al largo della costa occidentale furono scoperti ricchi giacimenti di petrolio e gas; risultò subito chiaro che si trattava di una fonte sicura di reddito nel lungo periodo, e infatti fin da allora lo sfruttamento di queste risorse ha consentito la copertura del 25% del valore complessivo della spesa pubblica. Nei primi anni Settanta si pose la spinosa questione dell’integrazione nella Comunità Economica Europea: la maggioranza dei Norvegesi aveva espresso parere contrario in due consultazioni, nel 1962 e nel 1967, ma il Partito Laburista, che era il principale partito della maggioranza di governo ed era favorevole all’ingresso in Europa, si illuse di poter ottenere un risultato positivo in occasione di una terza consultazione. Nel 1972 i Norvegesi si trovarono così a votare una proposta di ingresso nella CEE che a livello preliminare era già stata firmata dai rappresentanti delle parti: il 53,5% dei votanti si espresse per il no e il governo rassegnò le dimissioni. Le elezioni che seguirono alla crisi di governo portarono di nuovo alla vittoria dei laburisti, ma in una posizione di minore forza che limitò notevolmente la capacità riformatrice da parte del nuovo governo. Per un rilancio della politica delle riforme occorse attendere la crisi del successivo governo di centro, guidato dai cristiano-democratici, e la formazione, nel 1986, di un nuovo governo di sinistra presieduto per la prima volta da una donna, Gro Harlem Brundtland, la quale chiamò sette donne a occupare altrettanti posti in un esecutivo costituito da diciotto ministri: un record assoluto. Le stesse motivazioni che alimentarono il sentimento anti-europeo all’inizio degli anni Settanta si ripresentarono nel 1994 in occasione del referendum per l’adesione all’Unione Europea e alla moneta unica, quando i Norvegesi si espressero ancora una volta contro l’integrazione nel sistema politico ed economico continentale. Il 14 settembre del 2009 la coalizione guidata da Jens Stoltenberg vincendo le elezioni si è riconfermata alla guida del paese: in Norvegia una coalizione uscente non veniva confermata dal 1993.