Johannesburg

Vista dall’aereo Johannesburg è una sterminata megalopoli che si polverizza nell’ocra del veld, paesaggio arido e assolato che si estende a 1700 m di altezza; è suddivisa in quartieri infiniti, rigidamente squadrati e delimitati da autostrade e superstrade a tre e a quattro corsie, vere e proprie highway in stile californiano. Quali forme geometriche che bucano il grigiore dei tetti, a tratti spuntano improvvise le macchie verde scuro di parchi e giardini, mentre i quartieri residenziali, costituiti da casette a schiera e ville, sono punteggiati dagli occhi azzurri spalancati di piscine a forma di cuore, status symbol della società bianca e di quella nera benestante. Il verde è un colore che non esiste, in particolare negli sterminati slums abitati da neri, di cui Soweto è stato il grido di dolore durante gli anni bui dell’apartheid.
L’oro e i diamanti hanno creato e reso prospera questa città, facendone una cosmopolita e moderna megalopoli ai margini del mondo, una metropoli di frontiera che fa da cerniera tra il benessere sfacciato dell’Occidente e il degrado e la povertà dei Paesi sottosviluppati; le montagne di detriti minerari, segno indelebile nel cuore del suo tessuto urbano, ricordano le sue origini. Ghetti dorati con ville principesche, centri commerciali dove sono esposti i più raffinati prodotti provenienti da ogni parte del mondo, alberghi esclusivi, eleganti boutique, grattacieli sedi di finanziarie e società multinazionali convivono con le bidonville fatiscenti degli ultimi immigrati, township (centro della lotta dei neri contro il regime razzista), mercati africani, profumati bazar indiani, muti (negozietti) dove i guaritori neri propinano cure e prescrivono rimedi a base di erbe magiche contro i mali del corpo e del cuore.
Con il suo trafficatissimo aeroporto internazionale, Johannesburg è la porta del Sudafrica, ma è anche la rappresentazione delle sue complesse contraddizioni, spesso violente e improvvise. Negli anni successivi all’apartheid la città ha cercato di ritrovare la propria identità e di inventarsi una nuova storia: ne è risultato un mosaico di anime opposte, formato da oltre sei milioni di abitanti (il cui numero aumenta giorno dopo giorno per l’afflusso di clandestini che arrivano da ogni parte dell’Africa), che parlano dodici lingue differenti, dallo zulu all’afrikaans, dall’inglese allo street language, una lingua trasversale inventata giorno per giorno, che attinge un po’ da tutte le lingue e che si parla solo qui (ne è un esempio quella parlata nel film Blade Runner). Vi si trova la più elevata concentrazione di computer e telefoni cellulari di tutta l’Africa: le nuove tecnologie, infatti, la fanno da padrone, le più importanti ditte di software e hardware mondiali sono presenti con i loro uffici e lo stesso Bill Gates è venuto per inaugurare nel ’96 il primo villaggio digitale nel ghetto di Soweto. Una città-laboratorio, quindi, che si divide fra grandi ricchezze e profonde miserie e che è in marcia verso un nuovo modello di integrazione e convivenza pacifica, tutto da inventare.

Un po’ di storia
Da sempre città di frontiera, Johannesburg deve la sua nascita al pioniere che nel 1886 scoprì per caso la prima pepita d’oro a Langlaagte, proprio nel luogo dove successivamente fu fondata la città: ebbe così inizio la travolgente corsa all’oro, che fece grande la città e il Sudafrica, e nacque Egoli (Città dell’oro) che vide protagonista sir John Cecil Rhodes, il quale, insieme ai Randlord (i signori del Rand, magnati multimilionari senza scrupoli), costruì una fortuna immensa sulla pelle di migliaia di neri che lavoravano nelle miniere e vi morivano miseramente. In un’atmosfera da Far West americano, le follie e le esibizioni erano all’ordine del giorno: addirittura, nei primi anni del Novecento, il francese Jacques Lebaudy girava per le vie del centro con una carrozza dai finimenti d’oro, riempiva la sua piscina di champagne e faceva arrivare danzatrici del ventre da Baghdad. Ma il sogno sudafricano di rapide e facili ricchezze continua: tutti quelli che arrivano a Johannesburg, poveri immigrati compresi, sperano di fare fortuna, di arricchirsi e di dare la scalata ai quartieri alti, oggi come durante il periodo tormentato dell’apartheid, durante il quale fu più pesante e vessatorio l’operato del governo razzista, visto che la città era il centro economico del Paese e più elevata era il numero di neri che vi vivevano. Non a caso da qui partirono le lotte per la libertà e maggiormente attive furono le organizzazioni politiche, grazie anche alla più elevata consapevolezza politica dei suoi abitanti.

Una Las Vegas africana
L’80% della popolazione cittadina è costituito da neri, che hanno invaso in massa il centro cittadino dopo il 1991, anno in cui in ghetti sono stati aperti. Downtown, ossia il Central Business Discrit (CBD), gravita attorno a Commissioner Street, dove si susseguono banche e uffici modernissimi; negozi e mercati invadono le strade sempre affollate di giorno e lugubremente deserte di notte, quando diventano il territorio di caccia delle gang della vicina Hillbrow, il quartiere più malfamato, metropolitano e degradato della città, ormai costituito da una serie di palazzi fatiscenti e di strade piene di immondizie. In Claim St e Pretoria St stazionano prostitute e spacciatori di dagga (la marijuana locale), giocatori d’azzardo e street kids, i ragazzi di strada (abbandonati dai genitori o scappati da casa) che formano pericolosissime gang e sniffano colla industriale. Qui la vita non ha valore: bastano un paio di occhiali da sole o di scarpe di marca per uccidere una persona.
Nell’attigua Yeoville palpita la cultura africana tradizionale, alternativa e d’avanguardia, in particolare nel Market Theatre di Bree Street e nei numerosi sheebeen, sempre affollatissimi, dove si può ascoltare del buon afro-jazz e della travolgente musica etnica.
Melville è un quartiere misto: vi convivono, infatti, neri e bianchi. Molto amato dagli intellettuali e dagli artisti, è a misura d’uomo: niente mega shopping center e ville blindate e lungo le sue strade sfilano negozi, ristorantini, caffè, gallerie d’arte e locali, dove si ascolta dell’ottima musica, come in qualsiasi città della vecchia Europa.
Nelle strade attorno a Main Reef Road l’Africa pare lontana ed è l’India a tenere la scena: spezie e incensi, mercati e curry per indù e musulmani, che vivono abbastanza agiatamente nei loro lindi condomini di questo quartiere, praticamente tutto loro. Tutto ciò rappresenta un ulteriore frammento in cui si divide questa immensa città, fatta come di tanti pezzi. I quartieri settentrionali racchiudono i ghetti dorati dei bianchi e dei neri emergenti: sono costituiti da una serie di grandi centri commerciali, concentrati attorno a Sandton Square e Rosebank Mall, dalle architetture avantgarde, tempestati di boutique e ristoranti alla moda e di ville e parchi; qui la ricca borghesia vive letteralmente assediata. Più lontano sorgono le township (Soweto, Orlando, Alexandra), le città dei neri volute dall’apartheid: ghetti vergognosi degli Afrikaner, eredità di un regime violento e crudele, dove un tempo imperversavano gli squadroni della morte e i reparti speciali della polizia. Più in là si estendono le immense baraccopoli di lamiera e cartone che accolgono gli ultimi arrivati, gli immigrati clandestini provenienti dal resto dell’Africa, nei cui Paesi di origine la miseria è più tragica e più violente imperversano le guerre assurde volute dagli scellerati regimi dittatoriali locali e dalle multinazionali occidentali, che continuano la rapina del colonialismo.