Johannesburg - Townships

Gran parte delle persone che vivono a Johannesburg abita nelle township nere; ovviamente si tratta quasi esclusivamente di neri, che sono sottoposti a un pendolarismo di più ore al giorno per raggiungere il proprio posto di lavoro. Baracche in lamiera e cartone tipiche del Terzo Mondo, dove vivono miseramente gli squatter, si alternano a case in muratura dei quartieri bene, dotati di ogni servizio.


Soweto (South West Township) è un simbolo della tragedia dell’apartheid: abitata da circa tre milioni di persone, è stata creata nel 1932; nel 1976 è stata teatro della prima grande manifestazione studentesca organizzata per protestare contro l’imposizione dell’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans nelle scuole. Da allora divenne il centro della lunga lotta che ha portato il Sudafrica alla democrazia. Con i suoi 140 kmq è un mix di degrado e di ricchezza: le strade, tutte uguali, delle bidonville più fatiscenti sono in terra battuta, ricolme di rifiuti e divengono un mare di fango quando piove. Ma la upper class è anche qui: ci vivono, infatti, ben sette milionari e le Mercedes grigio metallizzato sfrecciano proterve con i loro vetri scuri, come quella di Wandie Ndala, 43 anni, proprietario del ristorante Wendie’s Place e uomo di successo. Durante l’apartheid il suo locale era una bettola, uno dei tanti shebeen di Soweto: ora è un ristorante alla moda, sempre affollato di neri, di bianchi e soprattutto di turisti, in quanto tutte le agenzie che effettuano visite guidate nella township lo includono come tappa obbligata. Anche questo è un segno tangibile di come i tempi siano mutati e di come sovente i luoghi della segregazione siano divenuti una sorta di luna park, ma rimangono sempre ricordi del dolore e della follia assassina dei protagonisti dell’apartheid.
A Soweto, distante 15 km dal centro, si arriva con la R28; una volta giunti, si transita davanti al Chris Hani Baragwanath Hospital, l’unico ospedale della township e il più grande del mondo, i cui muri esterni sono dipinti con enormi murales, opera degli artisti locali. In direzione ovest, lungo la stessa strada, si incontra la Regina Mundi-Moroka (1961), la più vasta chiesa cattolica del Continente Nero, dove sono venerate due statue della Vergine dal volto nero. Centro sociale e di assistenza, subì la brutalità e la violenza della polizia, che vi fece irruzione e sparò numerosi colpi di pistola ancora oggi visibili (1976); all’esterno si trova il monumento funerario eretto in ricordo dei martiri di Soweto (1995). Continuando si arriva in Freedom Square, a Kliptown, un vasto spiazzo su cui il 26 giungo 1955 si riunirono i 3000 delegati dell’Anc, che votarono la Carta della Libertà. Non lontano da qui si apre l’Avalon Cemetery, dove sono stati inumati numerosi attivisti politici, quali Joe Slovo, capo del Partito Comunista Sudafricano, Mashini, capo del Black Power, e Helen Joseph, esponente del movimento delle donne nere. All’ingresso del cimitero campeggia un monumento in marmo con la scritta «Never never again» (mai, mai più), dedicato ai ragazzi martiri del 1976.

Orlando si può considerare parte integrante di Soweto, anche se ha una propria denominazione; a ovest sorgono le ville di Winnie Mandela e Desmond Tutu, mentre a Beverly Hills vivono i miliardari neri: anche qui case sfarzose convivono accanto alla baracche. Wilakazi Street è una strada storica: al numero 8115 si trova la Nelson Mandela House, la casa dove Metiba, come viene chiamato affettuosamente il grande leader, visse fino al suo arresto nel 1956. Divenuta museo, è meta di un affettuoso e commosso pellegrinaggio: nelle minuscole stanze del piccolo bungalow tutto è conservato come era allora e custodito con cura da Zebeth, arrivato qui nel 1945 e profondamente legato a Mandela (Orario: tutti i giorni 9-17. Ingresso: 10R). Nella stessa strada si trova anche l’abitazione di Desmond Tutu, vescovo coraggioso, anche lui insignito del premio Nobel per la Pace. All’angolo fra Vilakazi St e Koma Rd sorge l’Hector Petersen Memorial, Mahalefele Pela, eretto per ricordare il primo dei 350 giovani uccisi nella lotta all’apartheid: era un fresco mattino di giugno quando Hector Petersen, che aveva solo 14 anni, venne trucidato dai reparti antisommossa. Nel piccolo museo sono esposte le fotografie di quei tragici giorni (Orario: tutti i giorni 9.30-16.30). Murales che ricordano questi drammatici episodi campeggiano nella zona residenziale della borghesia nera, che qui vive nelle numerose villette a schiera allineate lungo strade pulite e larghe.
Degno di attenzione è anche il Florence Syathi’s Nursery, un asilo privato che ospita 150 bambini da due a cinque anni e che rappresenta un esempio interessante di autogestione e di insegnamento alternativo (3582 Mpane St, tel. 9353308).
A Orlando Est ritornano le baracche, prive di servizi igienici e di corrente elettrica, affacciate su strade senza nome dove, fra cumuli di immondizie, spuntano 70 gabinetti prefabbricati: latrine maleodoranti usate da circa 100.000 persone. Vi si trovano ancora gli Hostel, ostelli composti da lunghe file parallele di baracche in cemento, costruiti un tempo per accogliere gli operai delle miniere d’oro e oggi dimora di oltre 10.000 persone: sono una sorta di terra di nessuno, dove la polizia non mette piede, e sono regno incontrastato degli tsotsie, gangster della mafia zulu che controllano il racket della droga, dei minibus, delle auto rubate, delle armi e della prostituzione. Sono una fotocopia delle mafie di tutto il mondo e usano gli stessi feticci, dalle Bmw superaccessoriate agli anelli vistosi, dalle catene d’oro ai cellulari. Dappertutto sono diffusi i supermercati di Maponia, il nero più ricco del Sudafrica, che ha costituito un impero economico formato anche da ristoranti, sale da gioco e immobili.
Ma il girone più infernale è rappresentato dalla township Alexandra, che si raggiunge percorrendo la Louis Botha Avenue. Qui si tocca il fondo: si tratta, infatti, di una discarica a cielo aperto fatta di rifiuti maleodoranti, sulla quale sono state costruite catapecchie di cartone e lamiera, dove sopravvivono, con soli 20R al mese, circa 2.000.000 di persone, di cui l’80% è senza lavoro. In First Avenue e in Watts St si è formato una parvenza di mercato, sulle cui tavole di legno si vende di tutto.
 

testi di: Pietro Tarallo