Mauritius

Sigla nazionale: MS

Forma di governo: Repubblica
Divisione amministrativa: 9 distretti e 3 dipendenze
Capitale: Port Louis
Superficie: 2.040 kmq totali (2.030 kmq di terre emerse e 10 kmq di acque)
Popolazione: 1.220.481 ab. (luglio 2004)
Lingua: inglese (ufficiale), francese e patois creolo parlate
Etnie: indo-mauriziani (68%), creoli (27%), cinesi (3%), europei (per lo più di origine francese), malgasci, africani (il restante 2%)
Religione: 52% indù, 26% cattolici, 2,3% protestanti, 16,6% musulmani
Moneta: Rupia Mauriziana (sigla internazionale, MUR; sigla locale Rs); 1 Rupia mauriziana = 0,027 Euro*
Fuso orario: +3 ore rispetto all’Italia; +2 quando da noi è in vigore l’ora legale
Corrente elettrica: 220 volt
Prefisso tel. internazionale: 00230
 
«La perla dell’Oceano....una perla che distilla molta dolcezza sul mondo», la definì Joseph Conrad che vi sbarcò il 30 settembre 1888. E non si riferiva solo alla bellezza del paesaggio, alla gentilezza degli abitanti, alla mitezza del clima o al ritmo del séga, il ballo nazionale, che accende le notti isolane coi suoi movimenti sensuali. 
La dolcezza cui alludeva lo scrittore inglese è una dolcezza doc, quella della saccarum officinarum, la canna da zucchero, con cui gli inglesi avevano coperto ogni centimetro quadrato di terreno coltivabile trasformando Mauritius nella sugar bowl, la “zuccheriera” dell’Oceano Indiano. 
A più di un secolo, la canna da zucchero è ancora la prima voce del bilancio nazionale e la protagonista del paesaggio mauriziano. L’ondeggiare del suo manto verde-argento fa da primo piano o da quinta a dentellati picchi vulcanici dai profili polinesiani, a laghi quasi svizzeri, a cascate e foreste, a isolette solitarie e crateri estinti, a vecchie maison coloniali e a squillanti templi indù, a lagune azzurre e a cittadine caotiche, che si alternano nei suoi duemila chilometri quadrati benedetti dal sole del Tropico. Persino le spiagge che ne disegnano il perimetro all’ombra delle casuarine, le barbute conifere australi (l’effetto è strano, a metà fra le Alpi e i Mari del Sud), con le loro sabbie abbaglianti, da antologia, non sembrano altro che sconfinate distese di zucchero. 
Per qualche misteriosa alchimia la dolcezza che impregna la terra sembra essere penetrata anche nell’indole degli abitanti. Colonizzata dai francesi prima e dagli inglesi poi, popolata nei secoli da neri, indiani, cinesi e malgasci, a dispetto della babele di lingue e del mix di religioni, Mauritius non conosce tensioni sociali o razziali bensì una pacifica way of life multietnica che ne fa «isola più cosmopolita sotto il sole» secondo uno slogan caro ai suoi promoter. 
Un altro slogan celeberrimo, «Dio creò Mauritius e poi il Paradiso terrestre. Che fu una copia di Mauritius» fu coniato nel 1855 da un altro Vip di passaggio, lo scrittore americano Mark Twain. Nessuno, scrivendo di Mauritius, si azzarderebbe a non citarlo.
 
Ma se le seduzioni del Tropico si sprecano nel paesaggio, il Paese lascia di stucco chi si aspetta di sbarcare in una solitaria isola esotica che ricordi anche lontanamente l’eden di Mark Twain. 
Intanto Mauritius è un paese ad altissima densità umana, il terzo più popolato del mondo dopo Hong Kong e il Bangladesh. Poi ha ritmi di vita frenetici e un traffico sempre intensissimo fra la capitale e le altre città dell’altopiano, che diventa un incubo nelle ore di punta. Già, perché a dispetto della sovrappopolazione, Mauritius non è affatto un paese povero. Il business ferve e ne fa l’unico caso di miracolo economico del continente africano, con un governo stabile e un’economia solida e rampante che, se affonda le sue radici nella canna da zucchero, ha saputo adeguarsi ai tempi e affermarsi nei settori vincenti del mercato, dal terziario di trasformazione, alla finanza, al turismo. 
 
Ed è proprio nel turismo (in cui ha debuttato fin dal 1952, primo fra i paesi dell’Oceano Indiano, grazie all’aeroporto costruito dalla R.A.F.) che Mauritius ha riscoperto la sua vocazione edenica. Lagune e spiagge sono da cartolina, il clima è dolce, i servizi efficienti, puntuali e affidabili e l’infrastruttura alberghiera è di prim’ordine, creata su misura per un turismo di qualità attratto dalla formula “sea, sun, sand” (mare, sole e sabbia). Oggi alle tre “s” se ne può aggiungere tranquillamente una quarta, Spa, visto che, per allinearsi alle richieste del mercato, i grandi alberghi si sono attrezzati con splendidi centri-benessere griffati, ma anche le guest-house offrono ai loro clienti almeno la possibilità di qualche massaggio.
Quasi duecento alberghi (in media uno ogni chilometro e mezzo, anche se le maggiori concentrazioni sono limitate ad alcune aree) bordano il perimetro dell’isola creando una specie di Côte d’Azur degli antipodi che circonda città e montagne con i superbi effetti, quasi disneyani, delle architetture creole, orientali e africane riflesse in piscine fantasiose e immense. Se un difetto lo si vuole proprio trovare nella perfezione dell’hôtellerie locale è proprio quello di essere ormai troppo standardizzata, di aver creato una serie di vacanzifici di lusso, accessoriati di tutto, splendidi, luccicanti e anonimi, al di là del nome, come cittadelle autosufficienti da cui, lusingati da ogni optional, si potrebbe persino non uscire mai.
Ma sarebbe un peccato spingersi fin quaggiù senza assaporare un po’ di Mauritius. Non solo del suo paesaggio, che lontano dalle zone popolate ha angoli di fascino non solo delle tradizioni e del folklore, che all’alba del Terzo Millennio continuano a essere parte della vita isolana, ma anche della sua cultura. È stato il primo Paese dell’Africa e il terzo del mondo a pubblicare un giornale (Le Cernéen, 1832), il secondo ad avere un ippodromo (1812), il quarto a emettere francobolli (1847; dopo la Gran Bretagna nel 1840, la Svizzera e il Brasile nel 1843). Vanta due quotidiani (Le Mauricién e L’Express, indipendenti) e due settimanali (The Sun filogovernativo, 5 Plus per i fans del gossip). Ha 2 canali televisivi, oltre a quelli satellitari, e un’infinità di emittenti pubbliche e private che trasmettono via radio programmi in creolo, francese, inglese, bhojpuri e cantonese.
E se pochi turisti sono in grado di capire il bhojpuri e il cantonese, anche fra inglese e francese si finisce con l’avere qualche difficoltà. L’isola è una miscela anglo-britannico: raffinatezze gastronomiche d’Oltralpe e costituzione anglosassone, grandeur francese e sano pragmatismo made in England ne impregnano l’esistenza, mentre le diciture rue e street si alternano con disinvoltura su mappe e indicazioni stradali. La lingua ufficiale sarebbe infatti l’inglese, ma i mauriziani parlano un patois francese quasi incomprensibile. Così, dopo un paio di giorni a questi ritmi, si finisce col non sapere più neppure in quale lingua ci si sta esprimendo con un comico pout-pourri di parole, affranti dall’espressione interrogativa degli interlocutori. Ma a rassicurare c’è sempre un sorriso, quasi l’emblema di questa terra dove Europa, Africa e Oriente si sono incontrate nei secoli e hanno saputo fondersi con amore.