San Pietroburgo

San Pietroburgo, città dai molti nomi: prima Pietroburgo, poi Pietrogrado e infine Leningrado; ma anche Peter o Piter, usato affettuosamente solo dai vecchi Pietroburghesi. Nomi tutti specchio fedele della sua grandiosa e tragica storia, come ogni cosa è grandiosa e nello stesso tempo tragica, in Russia.

«Prodigio architettonico issato su vacillanti paludi, Pietroburgo si profila dalle pagine degli scrittori russi come assurda città di incantesimi. Dietro sfarzose apparenze, palazzi austeri, merletti di cancellate. La “Palmira del Nord”, scaturita come un miraggio dal fango degli acquitrini per caparbio volere di un despota, nasconde misere spoglie sofferenti». Così appariva a Puskin nel Cavaliere di bronzo, dove il protagonista Eugenio è sconvolto dall’incubo dell’inondazione e dalla «statua maligna» di Pietro il Grande a cavallo che lo perseguita. Gogol, invece, vi fece nascere «pupazzi irreali, come il naso di Lovalëv (Il naso), e ambigui fantasmi, come lo spettro di Akàkij Akàkievic, che al ponte Kalínkin strappa di notte il cappotto ai passanti (Il cappotto). Dostoevskij in Delitto e castigo fece di Pietroburgo lo squallido sfondo di drammatiche vicende, per cui «dietro il falso fulgore di facciate maestose, dietro arcigni arabeschi delle architetture formicola un delirante tracciato di vicoli, di casamenti muffiti, di straducce contorte, di bische, di cloache, di bettole e di trattorie dozzinali».

A San Pietroburgo «tutto è inganno, illusione, tutto è diverso dalle apparenze. Questo nordico conglomerato pesa come un golem di pietra sul destino dei suoi abitanti». Nello stesso tempo «San Pietroburgo diventa la più astratta e la più internazionale città di tutto il globo terrestre».