La Strada dei Re - Madaba

I famosi mosaici si trovano a circa 33 km da Amman, in direzione sud, lungo la Strada dei Re (tre quarti d’ora dal centro di Amman). Dalla capitale, superato il Settimo Circolo, si seguono le indicazioni per l’aeroporto. Sulla strada si incontrano poi due indicazioni: un cartello blu con segnalazione di svolta a destra per Madaba e Na’ur, e un cartello marrone per Dead Sea (Mar Morto) e le sorgenti calde di Ma’in. Entrambe le strade possono essere seguite per raggiungere Madaba. Ma tra le due, la più interessante dal punto di vista paesaggistico è quella verso il Mar Morto, da cui poi si seguono le indicazioni per Madaba. Le ragioni che resero questa cittadina un importante centro durante l’epoca bizantina risiedono in gran parte nella natura del territorio che la circonda. L’abbondanza di acqua e di vegetazione, infatti ne fece un luogo ideale per l’insediamento umano. Il primo riferimento a Madaba risale al XIII secolo a.C. quando viene indicata come la città moabita conquistata dal re amorita Sihon di Hisban. Di Madaba si parla poi nella Bibbia col nome di Medaba (Numeri 21, 30 e Giosuè 13, 9-16), quando si fa riferimento al regno dei Moabiti che occupavano la parte centrale dell’attuale Giordania. Viene successivamente menzionata nelle iscrizioni lasciate sull’omonima stele da Mesha, il più noto dei sovrani moabiti, la cui fama era dovuta al fatto che il suo dominio si estendeva su un territorio molto vasto, che oltrepassava i confini naturali della regione. Il regno di Mesha arrivava fino a nord, dove si trova l’attuale capitale Amman, occupava tutto il deserto orientale e giungeva a sud fino alle porte di Petra (850 a.C.). Oltre alla potenza, Mesha diede prova di intelligenza e di lungimiranza soprattutto grazie alle opere di costruzione della zona di Madaba. In particolare, impose alla popolazione di realizzare un pozzo davanti a ogni abitazione per conservare l’acqua. Dopo questo florido momento, durante l’Età del Ferro, non si ebbero più notizie di Madaba fino all’epoca ellenistica, anche se si crede che la città abbia avuto un ruolo importante nella nascita e nello sviluppo del regno nabateo, di cui entrò a far parte quando venne ceduta da Ircano II al re nabateo Aretas III per l’aiuto prestato durante uno dei tanti conflitti. Madaba, dopo la conquista del regno nabateo da parte di Traiano, nel 106 d.C., entrò a far parte della Provincia Romana di Arabia. Divenne prospera e si arricchì di strade colonnate e imponenti edifici pubblici. Durante il I secolo d.C. il Cristianesimo si diffuse rapidamente in tutta l’Arabia, nonostante le persecuzioni dei Romani. A Madaba persero la vita numerosi martiri, in seguito agli ordini dell’imperatore Diocleziano. Nel IV secolo, dopo la conversione di Costantino, il Cristianesimo divenne la religione principale dell’Impero romano. Dal V secolo in poi, Madaba fu sede episcopale e si arricchì di numerose chiese, soprattutto dal VI al VII secolo. Della comunità cristiana di Madaba e del suo vescovo si fa menzione per la prima volta negli Atti del Concilio di Calcedonia nel 451 d.C. Con il succedersi dei vari vescovi nuove chiese vennero costruite, mentre le più antiche furono restaurate e abbellite con nuovi mosaici, tanto che l’arte dei pavimenti decorati a tessere policrome divenne una specialità dell’area e continuò anche per tutto il periodo islamico fino all’VIII secolo. Anche dopo l’invasione persiana del 614 d.C. Madaba continuò a essere un fiorente centro d’arte, ma fu proprio questa sua longevità che causò la distruzione di molti mosaici. Nell’VIII secolo, infatti il movimento degli Iconoclasti, formatosi all’interno di alcune comunità cristiane, bandì le rappresentazioni umane e animali nell’arte religiosa e perciò ordinò la sostituzione di volti e corpi con tessere bianche. Ulteriori danni vennero provocati dal terremoto del 749 d.C. e dalla successiva scomparsa di Madaba da testi e documenti fino all’inizio del secolo scorso, quando i primi europei cominciarono a viaggiare nel Vicino Oriente e a riportare alla luce le testimonianze del passato.

I primi lavori di ricerca iniziarono solo alla fine del XIX secolo, quando furono scoperti i primi mosaici. Il merito fu di un gruppo di cristiani spostatisi da Karak a Madaba, dove iniziarono a costruire case e chiese utilizzando il materiale di antichi edifici, sulle cui fondamenta trovarono numerosi mosaici, impiegati poi come pavimenti per le loro nuove abitazioni. Nel 1897 la notizia della scoperta della Mappa di Palestina (avvenuta l’anno precedente), risalente all’epoca bizantina, ebbe una vasta eco e richiamò studiosi da ogni angolo del mondo. I lavori di ricerca portarono alla fine del secolo al recupero della maggior parte dei mosaici che oggi possiamo ammirare e alla definitiva conferma di Madaba come la «città dei mosaici». Nel 1906 l’esploratore tedesco Ulrich Jasper Seetzen, scopritore anche delle rovine dell’antica Gerasa, visitò Madaba, seguito dopo poco da Johann Ludwig Burckhardt, il cui nome è legato a Petra. I lavori di ricerca e di recupero sono stati condotti e sono ancora curati dalla Custodia Francescana di Terra Santa. Grazie al loro lavoro Madaba è una città in continua evoluzione, dove anno dopo anno gli scavi e i restauri rendono accessibili ai visitatori luoghi e monumenti di notevole importanza. La cittadina, che oggi conta circa 55 mila abitanti, porta un nome semitico che significa «bel posto» o «acque tranquille». Il modo migliore per conoscere la città dei mosaici è girare a piedi. Arrivando in macchina, si può posteggiare nel parcheggio del Visitors Centre, non distante dalla chiesa della Vergine Maria. è questo l’inizio della visita del Parco Archeologico che richiede almeno una mezza giornata. La maggior parte delle visite, tuttavia, si concentra solo sulla Chiesa di San Giorgio, con la Mappa di Palestina. La maggior parte delle chiese di Madaba sono ancora in uso, quindi se si può scegliere il giorno da dedicare alla visita di questa città, meglio evitare la domenica, a causa delle funzioni religiose. 

La Chiesa di San Giorgio

La chiesa greco ortodossa di San Giorgio venne costruita nel 1896 sulle fondamenta di un’antica chiesa bizantina (Aperta dalle 8.30 alle 18; domenica e venerdì 10.30-18). Al suo interno si trova il mosaico più celebre di Madaba, quello conosciuto come la Mappa di Palestina, un documento eccezionale, risalente al 560 d.C, importante soprattutto dal punto di vista biblico, in quanto alcune imprecisioni non lo rendono totalmente affidabile sotto l’aspetto strettamente geografico. La Mappa in origine era un rettangolo di 17,5 metri per circa 10,5, composto da oltre due milioni di tessere. Oggi ne rimane solo una parte (circa 15,7 metri per 5,6), che già da sola riesce a dare un’ottima idea non solo di come doveva essere tutta l’opera,  ma anche dell’area rappresentata.

La Mappa di Palestina

La mappa rappresenta 150 località distribuite su un territorio abitato dalle 12 tribù bibliche e delineato in base ai confini di Canaan promessi ad Abramo. Importante documento di geografia biblica, ha permesso l’individuazione di molti siti archeologici come la località sul Giordano dove è stato battezzato Cristo. Fonte della mappa furono i diari che riportavano nel dettaglio il percorso dei pellegrini che nel VI secolo si recavano in Terra Santa. Dal punto di vista strettamente artistico è un lavoro in stile classico, prevalente verso la metà del VI secolo. Il mosaico è opera di un artista sconosciuto che lavorò a Madaba verso la metà del VI secolo d.C. e rappresenta la più antica riproduzione geografica dei territori che si estendevano a est e a ovest del fiume Giordano. Esso raffigura chiaramente una grande parte della Terra Santa nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, dalle città fenicie dell’attuale costa libanese fino all’Egitto e dal Mar Mediterraneo al deserto. Le città e i siti riprodotti sono orientati verso est, in modo tale da essere leggibili entrando nella chiesa. Nel mosaico sono facilmente riconoscibili i fiumi Nilo e Giordano, lungo il quale si svolge un’intensa attività commerciale e di pesca; il Mar Morto dal quale i pesci rifuggono proprio per le acque salate, ma su cui navigano imbarcazioni che trasportano sale; le vallate che segnano le regioni dell’altopiano orientale e che approvvigionano d’acqua il Mar Morto; le varie città della zona, distinte per importanza. Tra tutte, inconfondibile è Gerusalemme, posta al centro della mappa, come fosse al centro del mondo (intenzionalmente posta al centro della Terra Santa). Della città si riconoscono facilmente non solo gli edifici, ma anche le chiese, tutte disposte ai lati della via colonnata principale (il Cardo, che origina in una piazza ovale al cui centro si trova una colonna) e delle due altre strade, cinte da mura ben fortificate, interrotte dalle porte della città e sulle quali domina il complesso della chiesa del Santo Sepolcro. Gli edifici della città sono stati posti tutti in direzione di oriente. La maggior parte dei trentasei edifici rappresentati sono stati identificati. La presenza della basilica costruita dall’imperatore Giustiniano e a lui dedicata nel 543 d.C. aiuta nella datazione dell’opera, risalente quindi alla seconda metà del VI secolo. Alle porte della città, oltre le mura, si riconosce Getsemani, a nord-est. Sulla costa era riprodotta anche la città di Gaza, grande quasi come Gerusalemme, ma di cui oggi resta solo una piccola parte. Hebron è rappresentata da un albero. Le oltre 150 località segnalate sulla mappa (quasi tutte identificate) riportano nomi in greco, scritti con caratteri di diverso colore: rosso per i territori biblici, nero e bianco per gli altri. Tra le città principali, oltre a Gerusalemme si riconoscono Nablus, Gaza, Karak, Gerico. L’adozione di simboli topografici segnalava le caratteristiche dei luoghi: due torri con una porta simboleggiavano una città, mentre una chiesa era l’indicazione di un luogo santo. La zona costiera rappresentata va dal Mar Mediterraneo fino alle alture palestinesi. Inizia poi la parte centrale con il Mar Morto, chiamato anche Mare di Marabah, o Mare Orientale. Le montagne di Palestina e l’altopiano transgiordano sono separate dal Mar Morto e dal fiume Giordano. Nei loro pressi, lungo i deserti inospitali o le steppe di Moab o ancora attraverso le regioni tropicali dove crescevano palme e altri tipi di vegetazione, i pellegrini compivano la traversata che ripercorreva le tappe dell’Esodo biblico. Da Livias (Macheronte) essi si dirigevano verso Monte Nebo, dove si raccoglievano attorno alla basilica che custodiva la tomba di Mosè. Toccavano inoltre il luogo in cui avvenne l’incontro tra Giovanni Battista e Gesù (l’attuale Sapsafas) e il luogo in cui Cristo venne battezzato nel Giordano, il sito di al-Maqtas, o Betania.

Palazzo Burnt 

Nella strada che scende a destra della chiesa di San Giorgio si trova Palazzo Burnt. Ospita una serie di mosaici, ancora in fase di restauro, che decoravano una residenza bizantina abbandonata in seguito a un incendio, da cui il nome Burnt, bruciato. Il mosaico all’entrata raffigura alberi, fiori, uccelli, pesci e altri animali. All’interno della cornice ci sono foglie di acanto decorate con motivi pastorali e scene di caccia; all’ingresso è rappresentato un paio di sandali inseriti in un medaglione. L’ala nord è stata restaurata solo in parte e comprende un corridoio ricoperto di mosaici a motivi geometrici dopo di cui si aprono due stanze, anch’esse solo parzialmente restaurate. Nei mosaici che le decorano sono raffigurate una delle quattro stagioni, un busto di Tyche (dea della città) con una corona turrita e una bilancia da pescivendolo. Sul lato occidentale della sala centrale c’è una lunga stanza con due pannelli principali a motivi geometrici divisi da una striscia di tessere bianche al cui centro un leone attacca un toro. Sul lato meridionale si apre una stanza quadrata con il pavimento ricoperto da un mosaico quasi integro.

La Chiesa dei Martiri

Il nome è improprio e le informazioni su questo edificio sono confuse. Per la verità è molto più conosciuta come Chiesa di al-Khadr, (che significa «verde») e come chiesa di San Giorgio (da non confondersi con quella più famosa, che ospita la Mappa di Palestina). La chiesa in questione si trova nel Parco Archeologico di Madaba e viene chiamata dei Martiri a causa delle scritte sul pavimento. Si trova poco oltre il Palazzo Burnt, risale al VI secolo ed è decorata con un pavimento a tessere ben visibile nonostante gli interventi degli Iconoclasti.

La Chiesa della Vergine Maria 

Proseguendo oltre lungo la stessa strada, ma oltrepassando quella che la interseca, si trova la splendida chiesa della Vergine Maria. Per raggiungerla basta seguire le indicazioni per il Parco Archeologico costituito da un complesso che include la chiesa della Vergine, la Sala di Ippolito e la chiesa di Santo Stefano, tutte nello stesso luogo. Sede della Scuola di Mosaico di Madaba (aperta da domenica a giovedì dalle 8 alle 15), la chiesa è articolata in una zona coperta, con uno splendido tappeto raffigurante Ippolito, e un’altra all’aperto, nel cui porticato lungo il cortile sono stati sistemati frammenti di splendidi mosaici rinvenuti nella zona e in altre aree più a sud. La chiesa risale al VI secolo, costruita anch’essa su un precedente edificio romano. I fiori in boccio e i germogli con cui è decorato il mosaico risalgono ancora a quell’epoca, mentre la parte geometrica e il medaglione centrale sono un successivo apporto di epoca omayyade, risalente al 662 d.C. Il mosaico più importante custodito nella chiesa della Vergine (il primo a essere portato alla luce in tutta la città, nel 1887), considerato uno dei capolavori degli artisti di Madaba, venne rinvenuto in una ricca abitazione bizantina privata. Il fatto che si trattasse proprio del mosaico che decorava la chiesa della Vergine Maria è stato rivelato dalle iscrizioni dell’opera stessa. Attorno al medaglione si legge infatti: «Se volete guardare Maria, madre virginale di Dio e Cristo che Ella dette alla luce, Re dell’Universo, unico Figlio dell’unico Dio, purificate la vostra mente, la vostra carne e le vostre opere! Possiate purificare con la (vostra) preghiera il popolo di Dio». Il mosaico, esposto in quella conosciuta come la Sala di Ippolito, sembra che risalga alla metà del V secolo. Gran parte dell’opera originale è stata riportata alla luce. Il disegno principale si compone di una cornice esterna con scene di caccia e pastorizia, con le quattro stagioni negli angoli. La parte centrale è divisa in tre pannelli. Quello di sinistra riporta immagini di uccelli, alternati a fiori e piante. Il pannello mediano – parzialmente distrutto quando la sala venne divisa in due, in epoca remota – illustra il mito di Fedra, matrigna di Ippolito, che si innamorò alla follia del suo figliastro, con conseguenze tragiche. Nel riquadro di destra infine la dea Afrodite siede accanto ad Adone che porta una lancia. La figura di una contadina con un cesto di frutta e una pernice serve a far capire che la scena si svolge in campagna. Le altre figure rappresentano Cupidi e Grazie. All’ingresso della sala c’è un medaglione con un paio di sandali circondati da quattro uccelli. Lungo la parete orientale ci sono le personificazioni delle città di Roma, Gregoria e Madaba.

La Chiesa del Profeta Elia  

Nei pressi della chiesa della Vergine Maria, la Chiesa del Profeta Elia venne completata nel 608 d.C. durante il periodo del vescovo Leonzio, grazie al contributo di due benefattori, Menas e Teodosio. Due chiese fiancheggiano quella del Profeta Elia: a ovest quella di al-Khadr, i cui mosaici vennero distrutti dagli Iconoclasti; a est quella della famiglia Sunna. La chiesa attualmente è in fase di restauro e non aperta al pubblico. È bene comunque controllare una volta giunti sul posto. La Scuola di Mosaici di Madaba è un centro a doppia specializzazione: restauro di mosaici antichi e realizzazione di mosaici contemporanei. I programmi durano tre anni, durante i quali si tengono corsi teorici e pratici. Nel 1997, centenario della scoperta della Mappa di Palestina, gli studenti ne hanno realizzato una copia identica.

 

 

testi di: Carla Diamanti