La Strada dei Re - Monte Nebo

 Il Monte Nebo, su un balcone naturale delle montagne di Moab, è a sud-ovest di Amman, da cui dista circa una quarantina di chilometri. Da Madaba sono nove chilometri dalla rotatoria al fondo di shari‘ Filistin, la via che inizia di fronte alla chiesa di San Giorgio; un quarto d’ora dal centro di Madaba. Arrivando da Amman si deve passare per Madaba, dove è facile trovare i cartelli che indicano la direzione per il Monte Nebo. A lato della chiesa del Nebo parte una bellissima strada panoramica che scende fino al bivio per il Mar Morto, sul quale si affaccia tutto il percorso, e per il sito del battesimo di Cristo (seganalato dai cartelli stradali). Nebo è raggiungibile anche con minibus che partono dal centro di Madaba, alcuni dei quali arrivano da Amman (stazione di Sharq Uasat o da Sweileh). Nebo è uno dei posti più venerati della Giordania perché è considerato il luogo dell’antica Pisgah, dove si dice che Mosè si sia fermato per contemplare la Terra Promessa, dove sia morto e sia stato sepolto. Il nome della montagna, situata nell’area chiamata in arabo Syagha, deriva probabilmente da quello di una divinità babilonese. Poco prima dell’attuale sito di Nebo in antichità si trovava il villaggio originario, tappa di riposo dei pellegrini, oggi occupato dall’insediamento di Khirbet Mukawet. Nella zona, ricca di sorgenti d’acqua, si trova una località con circa una dozzina di fonti indicate come ‘Ayn Musa, la fonte di Mosè, nei pressi delle quali rimangono le rovine di due chiese bizantine. Pur se abitato fin dall’antichità, Nebo venne conosciuto in seguito alla descrizione che ne fa il Libro del Deuteronomio, che lo indica come il luogo in cui morì il profeta Mosè. Se ne parla anche nel Vecchio Testamento insieme ad altre città della terra di Moab come Madaba e Hisban. Nel IV e V secolo due pellegrini, Egeria  e il vescovo monofisita di Gaza visitarono il luogo descrivendone la storia e parlando del santuario. In epoca più recente, il ritrovamento del diario di Egeria ad Arezzo e la sua pubblicazione (nel 1887) destarono l’interesse degli studiosi. Sulla strada che da Nebo torna a Madaba è stato aperto un Centro di artigianato, dove si realizzano mosaici e pitture su ceramica, anche con il contributo di portatori di handicap. Una parte dei proventi è destinata in beneficienza.

Il Parco Archeologico e il Memoriale di Mosé

Il Parco Archeologico è un progetto portato avanti dall’Istituto Archeologico Francescano che si occupa della custodia del Memoriale di Mosè, ma ancora non realizzato L’idea nacque come tentativo di voler salvaguardare il patrimonio archeologico dell’area, minacciato dalla costante espansione agricola e industriale nell’area di Madaba. In base a ciò, il governo giordano ha manifestato l’intenzione di dichiarare area protetta la regione di Monte Nebo. In questa zona sono stati individuati quasi una ventina di siti archeologici, che tuttavia costituiscono solo una parte irrisoria di tutto quello che ancora resta da scoprire. Fortezze e strade romane, cittadelle e monumenti megalitici (per lo più dolmen e pietre infisse nel suolo a formare circoli), chiese con mosaici, monasteri e sorgenti. I confini progettati per il parco sono stati studiati in modo tale da non interrompere la continuità storica e archeologica dei siti che verrebbero inclusi nell’area protetta, che quindi costituirebbero una sorta di limite preesistente e in un certo senso naturale. Il progetto include inoltre una serie di regolamenti da seguire e che vanno dall’altezza massima consentita alle costruzioni civili nei pressi delle aree archeologiche, al limite di concessioni per allevamenti e fattorie, alle restrizioni sulle attività industriali con rischio di inquinamento. Sono previste migliorie per strade, collegamenti elettrici e idrici. Dal parcheggio dove si lascia l’auto si passa attraverso il cancello di ingresso del parco, dove si paga il biglietto. Da qui parte un viale al termine del quale è stato posto un monumento commemorativo realizzato dallo scultore italiano Vincenzo Bianchi. Il monumento, alto 6 metri, è chiamato Libro d’Amore tra le Genti; esso celebra infatti una sorta di comunione tra la Torah ebraica, il Corano musulmano e il Vangelo cristiano. Sul basamento vi sono i nomi delle persone e delle istituzioni che hanno contribuito alla realizzazione del sito, e inoltre è riportata la frase «Dio è Amore» in greco, arabo e latino. Proseguendo oltre il monumento si raggiunge la chiesa del Memoriale di Mosè, attualmente in fase di restauro. Alcuni mosaici sono stati collocati all’interno di una struttura provvisoria in cui si narrano anche le vicende del sito archeologico.

Una chiesa ricca di storia

L’attuale chiesa del Monte Nebo, sotto la tutela della Custodia Francescana di Terra Santa, sorge sui resti di edifici religiosi costruiti nel corso del IV, VI e VII secolo, in particolare su di una chiesa (chiamata del Trifoglio, probabilmente a causa dei tre absidi, che occupava l’area dell’attuale abside) realizzata dai primi cristiani nel 393 d.C. utilizzando un edificio preesistente e risalente al periodo classico. Il complesso originale si componeva della chiesa con un vestibolo con due cappelle funerarie ai lati nord e sud, alle quali era collegato da due porte. In una delle due cappelle è stata rinvenuta un’iscrizione greca che reca il nome dell’abate Alexios, attualmente visibile sulla parete meridionale del battistero, cosa che ha permesso di datare il lavoro al IV secolo. Nel V secolo d.C. venne aggiunta una prima navata e, nel secolo successivo, precisamente nel 530 d.C., anche un battistero. Sistemato inizialmente nella parte nord dell’edificio, questo, verso la fine dello stesso secolo, venne spostato nella navata sud. Nel 606 d.C. venne aggiunta la Cappella di Santa Maria Vergine. Nel VII secolo la costruzione fu trasformata in un vasto complesso bizantino, meta di pellegrinaggi che approdavano a Nebo dopo aver percorso una strada che cominciava da Gerusalemme, passava da Gerico e ‘Ayn Musa per concludersi sul Monte Nebo, dopo che i fedeli si  erano ritemprati con un bagno ristoratore nelle sorgenti calde di Hammamat Ma’in. Della struttura originale del IV secolo, rettangolare a tre absidi, rimangono solo pochi blocchi di calcare delle cave di Ma’an e una parte di mosaico. Il primo santuario aveva inoltre un vestibolo fiancheggiato da due cappelle funerarie. Sul cortile centrale, scoperto, si aprivano di lato le stanze del monastero e successivamente anche il battistero. Due porte collegavano il vestibolo alle cappelle esterne. In una delle due gli scavi hanno portato alla luce un’iscrizione greca (adesso posta sulla parete meridionale del battistero) con il nome dell’abate Alexios. Il piccolo cortile antistante il santuario era chiuso a nord da un passaggio decorato da mosaici bianchi che conduceva alle celle del monastero. Nella seconda metà del VI secolo i monaci decisero di ampliare il santuario: rimossero la facciata e così la vecchia chiesa divenne un presbiterio cui furono aggiunte navate in luogo del vestibolo e del cortile. Il mosaico della nuova basilica venne unificato in una sola grande composizione centrale. Tutto ciò che resta oggi del grande disegno sono alcuni motivi geometrici nelle due navate laterali e frammenti di altre decorazioni. Molti dei mosaici di epoche successive rinvenuti nella navata centrale della chiesa sono esposti sulle pareti dell’attuale costruzione, realizzata in modo da proteggere il sito originale senza alterarne l’atmosfera mistica. Dal 1933 il santuario è stato continuamente sede di lavori di scavo e restauro, curati dalla Custodia Francescana di Terra Santa cui il luogo venne affidato un anno prima dal re Abdullah. Il gruppo di archeologi che segue i lavori e la comunità francescana sono alloggiati nel piccolo monastero moderno. Sul piazzale antistante la chiesa, in prossimità del balcone che si affaccia sul panorama, c’è una scultura in bronzo, opera del fiorentino Gian Paolo Fantoni, che rappresenta un serpente che si attorciglia a un bastone, formando una sorta di croce stilizzata. Simboleggia il serpente che Mosè sollevò nel deserto e la crocifissione di Cristo. A destra dell’ingresso si trova l’importante Cappella di Santa Maria Vergine, del VII secolo, con mosaici dai motivi geometrici e floreali, diversi da quelli dell’abside, in cui compaiono anche figure animali. La cappella aveva un proprio abside e lo spazio era diviso in due stanze. La cappella successiva a destra dell’abside principale fungeva da battistero. Verso la fine del VI secolo d.C., all’epoca del vescovo Sergio, questa cappella venne ricostruita al posto di quella precedente, distrutta. Durante i lavori venne aggiunto il battistero e posti dei mosaici decorativi. Il fonte monolitico recava una croce e una doppia iscrizione ed era posto in posizione arretrata rispetto all’abside centrale e separato dal resto della cappella. Una delle due iscrizioni fa riferimento al photisterion il luogo dove i neofiti ricevevano l’Illuminazione. Nella navata centrale, sulla destra dell’altare, si trova il Memoriale di Mosè, una croce di mosaico di colore nero che indicherebbe il luogo della sepoltura. I tappeti che ornano la parte antistante l’altare maggiore nascondono botole e pozzi, usati probabilmente come passaggi segreti. La cappella immediatamente a sinistra dell’ingresso (dove era posto il primo fonte battesimale) accoglie il più celebre dei mosaici della chiesa, un vero e proprio tappeto di tessere policrome con disegni disposti su quattro fasce distinte. Il tutto è racchiuso in una cornice sulla quale in alto si legge una scritta dedicatoria e in basso la firma dell’autore. Dall’alto in basso, nella prima fascia una scena di lotta con un leone e una leonessa, nella seconda cacciatori a cavallo combattono contro un orso e un cinghiale. La terza fascia illustra la vita quotidiana: scene di pascolo e riproduzione di alberi tipici della zona. La parte bassa, infine, è decorata con la rappresentazione di una carovana dall’aria esotica, nella quale due uomini, uno di pelle chiara e uno di pelle scura, camminano con tre animali, uno struzzo, una zebra e una sorta di cammello con il manto simile a quello di una giraffa. 

L’antico villaggio 

A pochissimi chilometri di distanza dal Monte Nebo c’è il bivio per Khirbet Mukawet, luogo dell’antico villaggio di Nebo. La deviazione può essere fatta prima o dopo la visita al Monte Nebo. Dirigendosi verso Nebo, si deve girare a sinistra al cartello di segnalazione. Seguita la stradina di campagna si raggiunge un edificio all’interno del quale si trova uno splendido pavimento in mosaico, purtroppo non ancora restaurato, ma di grande pregio. Per vederlo, bisogna ricorrere all’aiuto del guardiano (che comparirà non appena sentirà il rumore dell’auto che si ferma) al quale è opportuno lasciare un’offerta in cambio dell’assistenza.

 

 

testi di: Carla Diamanti