La Strada dei Re - Tell Hisban

 A metà strada tra Na’ur e Madaba, può essere considerato il più conosciuto dei tell archeologici di tutta la Giordania. Tell Hisban si trova all’inizio della Strada dei Re, circa 19 km a sud di Amman. Per raggiungerla dal centro della capitale sono sufficienti una ventina di minuti: da Amman, lasciato il Settimo Circolo in direzione dell’aeroporto, si gira a destra quando si incontra il cartello stradale di colore blu, seguendo le indicazioni per Madaba e Na’ur (nello stesso punto c’è anche un cartello marrone che segnala la direzione per il Mar Morto). Raggiunta Na’ur, si prosegue verso il Mar Morto fino al cartello blu per Madaba-Na’ur con l’indicazione in marrone per Tell Hisban. Di nuovo sullo stradone, un cartello marrone sulla destra segnala Tell Hisban (come pure Hammamat Ma’in e Monte Nebo). Attenzione alla svolta successiva, perché, nonostante si debba girare a destra, il cartello si trova sul lato sinistro della strada. Dopo la svolta a destra, si prende la prima stradina a sinistra.

Le prime ricerche, condotte a partire da una trentina di anni fa, rivelarono diversi strati sovrapposti. I più antichi risalgono a un periodo di circa tremila anni orsono, durante l’Età del Ferro, epoca cui risale il fossato difensivo che serviva a proteggere il villaggio che, dedito soprattutto all’agricoltura, continuò a prosperare fino al 900 a.C. Dopo tale data, la vita del villaggio sembra aver subito una battuta d’arresto, fino all’arrivo dei regni tribali degli Ammoniti e dei Moabiti che, nel VII e VI secolo a.C., portarono un nuovo slancio nelle attività di Tell Hisban. Le abitazioni sorsero attorno a una cittadella costruita sulla sommità della collina e il vecchio Serbatoio, costruito in epoca precedente e caduto in disuso, venne ripristinato e riutilizzato. Nel II secolo a.C., Tell Hisban visse appieno il periodo tardo ellenistico, del quale restano tracce di un Forte militare con quattro torrette angolari. Se per lungo tempo la città era stata sede discontinua di popolazioni seminomadi, a partire da questo periodo e poi successivamente nell’epoca romana, Esbus (come venne chiamata dai Romani) continuò a trarre profitto dalla sua posizione all’incrocio tra la Via Nova Traiana e la strada Esbus-Livias. Su una delle pendici del colle sorse una locanda con un cortile interno che compare anche sulle monete di Eliogabalo coniate per Esbus. Il periodo bizantino vide la massima fioritura non solo della città ma anche di tutta la regione circostante, che in quell’epoca faceva capo a Esbus. Essa vantava due basiliche cristiane (una sull’Acropoli, l’altra a nord della collina) e due capaci serbatoi per gli approvvigionamenti. La fortuna durò per tutto il successivo periodo omayyade, dopo del quale le sorti di Hisban tornarono nell’oscurità. Furono gli Ayyubidi a dare a Hisban nuova vita, costruendovi un caravanserraglio completo di stanze con volte a botte. Hisban addirittura sostituì Amman come capitale della regione di Belqa, nella Transgiordania centrale. Numerosi artefatti rinvenuti nella zona testimoniano anche l’influenza ottomana, soprattutto per quanto riguarda l’uso delle grotte, abitate dalle famiglie della zona. Una trentina di queste grotte sono facilmente visibili dalla sommità di Tell Hisban, lungo le pendici del Wadi, verso sinistra.

L’unicità di Tell Hisban è che in un solo luogo sono visibili le tracce dei numerosi insediamenti succedutisi nei secoli, testimoniando la capacità di adattamento della popolazione indigena che ha sempre saputo gestire ogni tipo di relazione con popoli stranieri. Sono ben evidenti il fossato del periodo più remoto, il foro e le scalinate di epoca romana, le mura e le torri del periodo ellenistico, successivamente utilizzate dai Romani e dai Bizantini. Al periodo romano risalgono anche il tempio e il porticato che lo precedeva, mentre la successiva aggiunta dell’abside è opera dei Bizantini. La parete nord del tempio romano di Tell Hisban era riprodotta sulle monete dell’epoca. Al periodo mamelucco vengono fatti risalire i bagni e a quello ottomano l’utilizzo delle caverne circostanti come rifugi invernali. L’area archeologica è recintata, ma il cancello si apre facilmente, da soli o con l’ausilio di uno dei numerosi bambini della zona che lo spalancheranno per pochi spiccioli.

 

 

 

 
testi di: Carla Diamanti