Gerusalemme - Le Porte

Fino all’epoca ottomana nelle mura di Gerusalemme si aprivano sette porte: la Porta di Damasco, la Porta di Jaffa, la Porta di Sion (collega il quartiere armeno al Monte Sion, fuori le mura), la Porta delle Immondizie (Dung Gate, l’unica che conduce direttamente al quartiere ebraico e al Monte del Tempio), la Porta d’Oro, la Porta dei Leoni e la Porta di Erode. Quella chiamata Porta d’Oro, di fronte all’Orto di Getsemani, venne costruita dai Bizantini e successivamente murata dai musulmani perché è considerata il passaggio da cui entrerà il Messia degli ebrei quando verrà a Gerusalemme. 
La Porta dei Leoni, o di Santo Stefano, secondo la leggenda prende il nome da un sogno fatto da Solimano il Magnifico che durante il sonno ricevette l’ordine di costruire un nuova fortificazione per la città, altrimenti sarebbe stato divorato dalle fiere. Sulla strada che parte dalla Porta dei Leoni inizia la via Dolorosa. 
La Porta di Damasco, la più grande e la più difesa di tutte, in arabo è conosciuta come bab al-Amud. È una delle più interessanti e sicuramente la più imponente delle porte che ancora oggi sono visibili nelle mura della città. Nella sua Torre Orientale sono in mostra reperti archeologici rinvenuti nell’area. Il giro delle mura può essere iniziato da qui (dalle 9 alle 16, dal sabato al giovedì; venerdì dalle 9 alle 14, tel. 02/6254403/4) o dalla Porta di Jaffa, che in ebraico si chiama Porta di Davide in quanto rappresenta l’accesso all’antica Cittadella dove si trova la torre di Davide, mentre in arabo è conosciuta come bab al-Khalil. 
Per collegare il quartiere cristiano con il resto della città, venne in seguito aperta un’ottava porta, chiamata New Gate, cioè la Porta Nuova, che quindi non risale all’epoca di Solimano il Magnifico. Alcune porte recano i nomi delle direzioni verso cui si trovano (Jaffa verso ovest, Damasco verso nord), ma quasi tutte hanno avuto nomi diversi durante le varie epoche storiche e continuano a essere conosciute con appellativi diversi in base alla lingua.
 
testi di: Carla Diamanti